Memoria, riconoscimento cross-modale, comunicazione intenzionale...sono solo alcune delle strabilianti abilitá cognitive che i cavalli possiedono e che usano soprattutto per mediare le relazioni nel branco.

di Rachele Malavasi, etologa

Alla fine del 1800, in Germania, un cavallo di nome Hans si rese famoso fra il pubblico di tutta Europa. Non divenne famoso per la sua bravura nel salto ostacoli o nella corsa, ma perché sembrava in grado di risolvere enigmi matematici e, in generale, rispondere a quesiti complessi, indicando la risposta giusta con il battito dello zoccolo a terra. Una commissione d’inchiesta, guidata dagli psicologi Stumpf e Pfungst, svelò che in realtà Hans non comprendeva i quesiti che gli venivano posti, ma era piuttosto abilissimo nel leggere i segnali del corpo dei suoi interlocutori: dopo un certo numero di battiti a terra, quando si avvicinava la risposta giusta, il pubblico involontariamente mandava dei segnali trattenendo ad esempio il respiro o contraendo dei muscoli. ‘Hans il furbo’ era talmente abile a leggere questi segnali che capiva quando era il momento di smettere di battere con lo zoccolo a terra. Ogni storia porta un insegnamento. Quella di Hans avrebbe dovuto portare nell’arte equestre la consapevolezza dell’estrema sensibilitá del cavallo e della sua forte capacità di interpretazione del linguaggio corporeo dell’uomo, da terra come in sella. Invece, Hans è stato a lungo portato come esempio del fatto che certe specie non possono avere abilitá cognitive avanzate, come quella di astrazione necessaria per i conteggi matematici, ma sono piuttosto degli ottimi esecutori.

Memoria e riconoscimento cross-modale
Ci è voluto un secolo per rendersi conto che avevamo male interpretato (in genere sottovalutando) molti comportamenti degli animali non-umani, la maggior parte dei quali, cavalli compresi, hanno notevoli abilitá intellettive che li rendono esseri complessi e senzienti. D'altronde, molte specie devono far fronte a sfide simili: procacciarsi il cibo, non farsi predare, orientarsi nel proprio territorio, comunicare. Negli ultimi anni, si sta facendo avanti una teoria per cui la maggior parte degli animali sarebbe dotata di meccanismi cognitivi fra le specie, solo piú o meno amplificati e applicati in modo diverso in base anche alle proprie dotazioni sensoriali (Vallortigara 2012).
Avere cognizione significa farsi una rappresentazione mentale di un oggetto, evento o processo, che persiste indipendentemente dalla sua contestuale presenza (Broom 2010). Mimare l’azione di aprire un contenitore anche se questo non è presente, è un esempio di applicazione di abilitá cognitive, in cui il soggetto richiama alla memoria l’oggetto della sua conversazione per facilitare la comprensione dell’interlocutore (questa capacitá sembra essere propria solo degli esseri umani). Ma anche cambiare percorso quando si viene a conoscenza che la strada convenzionale è inagibile è un ottimo esempio di abilitá cognitiva, che i cavalli certamente possiedono. Si parla di detour (Osthaus et al. 2013): se la strada verso l’acqua è bloccata, il cavallo deve riportare alla mente una mappa del suo territorio e decidere quale altra strada prendere, eventualmente allontanandosi in linea d’aria dall’obiettivo. Questa capacitá (che spesso le femmine hanno piú spiccata dei maschi) richiede anche un certo controllo delle emozioni, perché il cavallo deve allontanarsi da una risorsa vitale per poterla raggiungere in seguito.
Un individuo dotato di cognizione quindi elabora il mondo sia attraverso gli stimoli presenti, che richiamando alla memoria eventi passati su cui basare le azioni future. Un cavallo ad esempio ricorda l’identità dei propri compagni e le loro relazioni, creandosi aspettative sul comportamento nostro e dei suoi conspecifici (attenti quindi a come vi comportate con il vostro cavallo, perché la prossima volta che vi vedrá, si aspetterá che vi comportiate nello stesso modo e tenderá ad agire di consequenza, anche se le vostre intenzioni sono diverse. Dovrete allora ricostruire la relazione sulle nuove basi che volete porre). Se i cavalli non fossero in grado di ricordare i propri compagni e il loro rango, dovrebbero ogni giorno rinegoziare la posizione nel branco e correrebbero seri rischi, trovandosi troppo spesso a lottare uno con l’altro. Se non avessero buona memoria, morirebbero di sete, perché non ricorderebbero il percorso per raggiungere un fiume distante diversi chilometri. E non si tratta di semplice ‘istinto’ (termine che spesso usiamo a sproposito quando non sappiamo spiegare il perché di alcuni comportamenti, e che svilisce la loro natura cognitiva): esperimenti in labirinti hanno dimostrato che i cavalli ricordano la strada giusta persino per due mesi (Marinier and Alexander 1994), cosa che io senz’altro non sarei in grado di fare.
Per riconoscersi, i cavalli utilizzano il canale vocale, olfattivo e visivo. Attraverso il nitrito ottengono informazioni riguardo al sesso, alle dimensioni ed all’identità dei compagni (Lemasson et al. 2009), ed ovviamente allo stato emotivo di chi lo emette. In particolare, sembra che i nitriti abbiano due frequenze principali, di cui una porta l’informazione relativa alla valenza (positiva o negativa) e l’altra relativa all’intensitá (Briefer et al. 2015).
Nitrire attrae i predatori, quindi è importante sapersi riconoscere anche attraverso canali meno ‘evidenti’. Odorando le feci, ad esempio, i cavalli ottengono informazioni sull’identitá di chi le ha rilasciate. Si soffermano in particolare su quelle degli individui che sono stati piú aggressivi nei loro confronti (Krueger e Flauger 2011). Il motivo potrebbe essere quello di monitorare se l’aggressore è nei paraggi, sulla base della ‘freschezza’. Per quanto riguarda il riconoscimento visivo, i cavalli sono molto attenti sia alla cadenza che al profilo dei conspecifici e dell’uomo. Inoltre, i cavalli sanno riconoscere… le nostre foto, riuscendo persino a distinguere due gemelli umani (Stone 2010). Di nuovo, i cavalli mi battono su tutti i fronti!!
Questi canali sensoriali non vengono utilizzati uno per volta, cioè i cavalli non riconoscono usando la vista oppure l’udito, ma li integrano in un processo noto come cross-modal recognition. Proops et al (2009) hanno allontanato un cavallo dalla vista dei suoi compagni, e poi hanno emesso il nitrito suo o di un altro individuo da quella stessa direzione. Il branco fissava la direzione da cui il compagno era sparito molto piú a lungo se il nitrito non corrispondeva alle aspettative (fissare una direzione in un contesto di questo tipo indica una chiara ‘disattesa delle aspettative’). Questo studio ha dimostrato che i cavalli, nel processo di riconoscimento, si basano sia sul canale visivo che su quello uditivo allo stesso tempo. Inoltre, questo studio dimostra che questa integrazione avviene utilizzando un processo cognitivo (di elaborazione) e non solo strumentale (di fisica dei sensi): la reazione dei cavalli sottoposti all’esperimento si basava infatti sia sul presente (sentono il nitrito ‘sbagliato’) ma anche su quella che hanno in memoria (quel loro compagno ha sempre avuto un altro nitrito).


Abilitá cognitive avanzate: i cavalli comunicano in modo intenzionale
Come noi, anche i cavalli sono in grado di creare categorie mentali di oggetti. Ad esempio, sanno distinguere fra oggetti cavi e pieni (Hanggi 1999, vedi figura). In natura, questa abilità permette di comprendere che è pericoloso infilare la zampa in un oggetto che appartiene alla categoria ‘cavo’, che sia esso una buca nel terreno o un interstizio fra i sassi: i cavalli sanno quindi generalizzare fra oggetti che appartengono alla stessa categoria, rendendosi conto che è la proprietà ‘cavo’ l’elemento di congiunzione dell’insieme e che il fatto che la buca sia ovale o circolare non fa differenza.
Inoltre, checché ne dicano Stumpf e Pfungst, i cavalli sono in grado di discriminare quantità, cioè sanno contare… a grandi linee. I cavalli distinguono le quantità per rapporti, come anche i pesci e le galline, i primati, gli orsi, le api e le formiche. Distinguono un gruppo di 4 elementi da uno con 1 elemento, anche se quel singolo elemento è più grande dei quattro messi assieme, mentre hanno difficoltà quando i rapporti numerici diventano più elevati, come 2:4 (Miletto Petrazzini 2014). Così, un cavallo si difende dai predatori rifugiandosi nel gruppo di compagni più numeroso, non in quello con i cavalli più grossi (e fa bene!!), perché distingue la numerosità degli elementi rispetto alla dimensione generale del branco.
Molto recentemente, è stato dimostrato che i cavalli possiedono la capacità di comunicare in maniera intenzionale (Malavasi e Huber, inviato), abilità che, fino ad oggi, era nota solo per i primati e per i cani. A lungo si è ritenuto che gli animali non umani non fossero in grado di comunicare con l’intenzione di farlo, ma piuttosto mostrassero inavvertitamente segni di eccitazione che venivano poi interpretati dai compagni come segnali di allarme o di altro genere. Dimostrare che un individuo ha l’obiettivo di inviare un messaggio ad un altro non è semplice, perché bisogna dimostrare che i suoi segnali sono razionali, cioé tarati su quel destinatario in particolare e dipendenti dalle condizioni. Persino il gesto di una scimmia che allunga la mano per chiedere del cibo non puó essere definito intenzionale (cioé, non si puó dire che rifletta un piano d'azione rivolto all'interlocutore: allungo la mano per chiedere cibo) se non risponde ad alcuni precisi criteri, perché potrebbe trattarsi semplicemente di un desiderio di allungarsi sperando di toccare la persona che può dargli il cibo. Proprio qui all’Oasi Equiluna è stato svolto il primo studio che dimostra che anche i cavalli modulano la loro comunicazione con l’essere umano per comunicargli precisamente ció che vogliono. L’esperimento ha dimostrato che i cavalli alternano lo sguardo tra lo sperimentatore (per attrarre la sua attenzione) ed il cibo (per indicare l’obiettivo) seguendo alcuni criteri specifici della comunicazione intenzionale (in particolare si parla in questo caso di comunicazione referenziale, perché si riferisce ad un terzo elemento). Questo vuol dire che il mittente (cavallo) si rende conto che il ricevente (essere umano) puó avere l’attenzione rivolta ad ‘altro’, ovvero che nella sua mente puó esistere qualcosa di diverso dalla propria, e quindi ha bisogno prima di tutto di attirare la sua attenzione. Vengono cosí poste le basi per la teoria della mente, ad oggi nota solo negli esseri umani, e che si riferisce all’abilità di attribuire ad altri individui stati mentali (credenze, intenzioni, desideri…) che possono essere diversi dai propri (Premack e Woodruff 1978). Ma questo è tutto da dimostrare!


Conclusione
Sembra evidente che il cavallo non sia poi quel bestione tutto muscoli, ansia e scarso cervello che ci viene spesso presentato in diversi contesti equestri. Sebbene essere una preda ponga un animale in uno stato di vigilanza (e non ansia) costante, è anche vero che reagire agli stimoli senza elaborarli perché si è in preda al panico non è una strategia vincente in termini evolutivi. In natura, il cavallo non vive naturalmente nel panico e normalmente le sue scelte non sono guidate dalla paura. Se il nostro cavallo vive in uno stato d’ansia costante, in cui ogni nuovo stimolo rompe il suo precario equilibrio mentale, dobbiamo chiederci se forse non è il nostro metodo di gestione ad essere sbagliato, piuttosto che millenni di evoluzione che hanno invece visto il cavallo eccellere in diversi ambienti.
Quando il cavallo è posto nella condizione di poter capire che non c’è nulla da temere da un nuovo stimolo, non ne avrà più paura, perché ricorda e rielabora. Panni stesi, buste di plastica, specchi, rumori improvvisi…fanno parte di un mondo che non conosce, ma che le sue capacità di adattamento rendono perfettamente in grado di elaborare. Parlavamo di cognizione in termini di capacità di riportare alla mente eventi passati e costruirsi poi un’aspettativa per il futuro: se un cavallo spaventato da una busta di plastica in volo viene frustato e costretto a proseguire il cammino, in futuro collegherà sempre la busta al preavviso di un evento spiacevole. Dargli la possibilità di conoscere gli oggetti sconosciuti, odorarli (con i suoi tempi, non i nostri!!) e capire che non c’è nulla da temere, renderà il cavallo sereno e voi cavalieri affidabili ai suoi occhi. La busta entrerà nella categoria degli ‘oggetti buffi del mondo umano che non fanno male’. Il cavallo si ricorderà di questo evento in cui voi lo avete aiutato a superare una paura, e la prossima volta sarà a voi che si rivolgerà in un momento di pericolo.


Bibliografia
Briefer EF, Maigrot AL, Mandel R, Freymond SB, Bachmann I, Hillmann E. 2015. Segregation of information about emotional arousal and valence in horse whinnies. Scientific reports, 4.
Broom D. 2010. Cognitive ability and awareness in domestic animals and decisions about obligations to animals. Appl Anim Behav Sci, 126:1–11.
Lemasson A, Boutin A, Boivin S, Blois-Heulin C, Hausberger M. 2009. Horse (Equus caballus) whinnies: a source of social information. Anim cogn, 12: 693-704.
Hanggi EB. 1999. Categorization learning in horses (Equus caballus). J of Comp Psychol, 113: 243.
Krueger K, Flauger B. 2011. Olfactory recognition of individual competitors by means of faeces in horse (Equus caballus). Anim cogn, 14: 245-257.
Malavasi R, Huber L. Heterospecific referential communication from domestic horses (Equus caballus) to humans.
Marinier SL, Alexander AJ. 1994. The use of a maze in testing learning and memory in horses. Appl Anim Behav Sci, 39: 177-182.
Osthaus B, Proops L, Hocking I, Burden F. 2013. Spatial cognition and perseveration by horses, donkeys and mules in a simple A-not-B detour task. Anim cogn, 16: 301-305.
Petrazzini MEM. 2014. Trained Quantity Abilities in Horses (Equus caballus): A Preliminary Investigation. Behav Sci, 4:213-225.
Premack DG, Woodruff G. 1978. Does the chimpanzee have a theory of mind?. Behav Brain Sci, 1: 515–526.
Proops L, McComb K, Reby D. 2009. Cross-modal individual recognition in domestic horses (Equus caballus). P Natl A Sci, 106: 947-951.
Stone SM. 2010. Human facial discrimination in horses: can they tell us apart?. Anim cogn, 13: 51-61.
Vallortigara G. 2012. Core knowledge of object, number, and geometry: A comparative and neural approach. Cogn Neuropsychol, 29:213-236.

 

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