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L'Apprendimento nel Cavallo - Parte 1 - Comportamentismo e cognitivismo

Due interessanti articoli per parlare di come i cavalli estraggono informazioni dal mondo e le elaborano, e del modo in cui l'equitazione ha (o NON ha) integrato queste capacitá nei suoi metodi. In questo primo articolo, le principali teorie dell'apprendimento.

di Rachele Malavasi, Etologa

PARTE 1 - Le teorie dell’apprendimento: comportamentismo e cognitivismo

I cavalli sono sottoposti a regimi di vita che spesso non riescono a tenere conto delle loro esigenze etologiche, per motivi che vanno dalla gestione inadeguata a metodi di addestramento obsoleti, o persino all'ignoranza dei tecnici. Una ricerca condotta in Australia nel 2008 ha dimostrato che solo una piccolissima percentuale di tecnici (ufficialmente riconosciuti dall’Equestrian Federation of Australia, EFA) sapeva definire il rinforzo positivo, il concetto di punizione ed altri elementi della teoria dell’apprendimento che però dichiaravano di usare quotidianamente.
Al di là dell’esempio australiano, che senz’altro può essere ripetuto in altri paesi con simili risultati, spesso la tendenza a seguire pratiche ‘tradizionali’ o comunque ‘che hanno sempre funzionato anche per i più grandi cavalieri...’, pone i tecnici nel grave rischio di abusare del cavallo senza magari rendersene conto. Un uso non corretto dei rinforzi, infatti, può degenerare facilmente nella percezione da parte del cavallo di una punizione, con conseguente sviluppo di paura, frustrazione e un drastico decremento della capacità di apprendimento e del benessere. Inoltre, se non si conoscono le basi delle tecniche di insegnamento che usiamo oggi, sarà impossibile andare avanti ed applicare una visione critica di ciò che stiamo facendo. E’ importante quindi conoscere le basi della teoria dell’apprendimento in campo equestre, per evitare di mettere il nostro cavallo sotto stress.
In una serie di articoli, ripercorreremo lo sviluppo delle teorie dell’apprendimento più seguite, parleremo di come apprendono i cavalli e definiremo rinforzi e aiuti. E’ importante conoscere le teoria dell’apprendimento, piuttosto che arrivare subito alla soluzione pronta (applicare x nella condizione 1, y nella condizione 2), perché bisogna avere le conoscenze per pensare con la propria testa e saper scegliere se applicare un metodo di apprendimento o un altro.

Comportamentismo
La teoria dell’apprendimento non è stata sviluppata per addestrare i cavalli; inoltre, non ne esiste una soltanto. La teoria comportamentista è quella che viene più spesso utilizzata con gli animali non-umani, ed è nata anni ’60-70 grazie soprattutto al contributo di Pavlov, Skinner, Watson e Thorndike.
Nasce come risposta alla corrente di psicologia introspettiva che aveva dominato il XIX-XX secolo e che si interessava soprattutto alle emozioni (soggettive) che seguivano un evento. I comportamentisti, che cercavano dati misurabili, proposero di studiare i processi di stimolo-risposta, i risultati dei quali sono comportamenti oggettivi e misurabili. Famosissimo è il caso del cane studiato da Pavlov, che inizia a salivare quando vede del cibo (stimolo = cibo, risposta = salivazione). L’attrattività del cibo è misurabile in maniera oggettiva dal tasso di salivazione. Quelli di Pavlov sono esperimenti di condizionamento classico, in cui il soggetto non compie un’azione ma automaticamente produce una risposta, mentre si deve a Skinner la definizione del condizionamento operante: l’individuo produce un’azione per ottenere un premio (per esempio, un ratto che preme la leva per ottenere cibo).
Con i cavalli spesso si usa il condizionamento operante: si chiede di compiere un’azione (es. gira a destra) che normalmente non porterebbe ad una ricompensa ma il partner umano farà in modo che la ricompensa arrivi (quando il cavallo gira, verrà rimossa la pressione); si parla in questo caso di rinforzo negativo, ma ne parleremo più avanti).
Secondo i comportamentisti, la principale motivazione all’apprendimento è esterna al soggetto che apprende, cioè deriva da una ricompensa che viene elargita. La conoscenza viene saldamente impressa attraverso la costante ripetizione degli stimoli e dell’associazione di premi con la risposta giusta. Il soggetto quindi acquisisce dei moduli comportamentali, che ripeterà in maniera non flessibile quando viene riproposto lo stesso stimolo (un po’ come quando spegniamo la sveglia ancora addormentati la mattina!). I comportamentisti quindi non pensano che l’apprendimento possa essere in qualche modo il risultato di un’elaborazione mentale. Per fare un esempio, mettiamo che un cavallo abbia imparato a salire su una pedana in un certo luogo. Secondo il comportamentista, lo stesso cavallo dovrà sforzarsi di imparare nuovamente a salire su quella pedana se questa viene spostata altrove, perché gli stimoli sono diversi e quindi la sua risposta sarà diversa. In questo caso non si tiene conto del fatto che il cavallo potrebbe (come in effetti sa fare) generalizzare gli stimoli e salire sulla pedana comunque (posta una condizione di stress intermedio e non eccessivo, come purtroppo si verifica spesso nei contesti equestri – vedi ultimo paragrafo). Visto che non viene considerata la memoria come fonte di elaborazione dell’azione, nel comportamentismo il passato viene preso in considerazione solo nei termini di quale ‘storia di rinforzi’ il soggetto ha (cioè, per quali comportamenti ha ricevuto dei rinforzi), ma non si tiene conto dell’ambito emotivo in cui ha avuto questi rinforzi: l’incapacità di dare la risposta giusta è attribuita a qualche mancanza nella storia del soggetto e non, per esempio, ad un contesto di apprendimento stressante.
Il formatore, in tutto questo, ha il compito di plasmare il comportamento del soggetto proponendo, per piccoli passi, un percorso di apprendimento che sarà all’incirca uguale per tutti e per cui alcuni soggetti avranno bisogno di meno ripetizioni ed altri di più ripetizioni; alcuni di un certo tipo di rinforzo, altri di un altro. Questo metodo si è rivelato estremamente efficace nell’apprendimento di nozioni matematiche e scientifiche, molto meno invece per gli aspetti più creativi dell’apprendimento, quali la scrittura, lo studio delle culture o degli eventi storici.

Cognitivismo
La teoria cognitivista (sviluppata principalmente da Piaget e Perry all’inizio degli anni ’70 – per semplicità, consideriamo il costruttivismo come corollario del cognitivismo e non come una corrente a sé) pone più attenzione sugli atteggiamenti e sui processi mentali che non sui comportamenti direttamente osservabili, e tiene conto della componente emotiva delle esperienze passate. Quindi, se qualcosa è stato appreso in una situazione di conflitto, altre conoscenze che ne conseguono avranno sempre un elemento conflittuale al loro interno, rendendo l’apprendimento più difficile. Inoltre, poiché si basa sull’elaborazione delle conoscenze, mira ad insegnare strategie: il formatore deve aiutare il soggetto a sviluppare le abilità che, combinate in maniera diversa a seconda del contesto, possono aiutarlo a risolvere diverse situazioni. Nel quadro comportamentista, invece, dovrebbero esistere tante risposte prefissate quanti sono i possibili scenari.
Ne deriva una differente motivazione all’apprendimento rispetto ai comportamentisti: mentre questi ultimi ritengono che il premio sia la principale motivazione per apprendere, secondo i cognitivisti si vuole apprendere per migliorare le proprie condizioni di vita. Visto che l’apprendimento passa attraverso l’elaborazione personale sia del dato appreso che del contesto, la conoscenza non è uguale per tutti, ma ciascuno attribuisce dei significati ai dati esistenti sulla base delle proprie esperienze e conoscenze pregresse, e si costruisce la propria mappa di conoscenze. Così, eventi storici possono essere interpretati diversamente a seconda di ciò che si sa essere accaduto prima. Parlando di cavalli, salire su un trailer diventa molto semplice se le esperienze passate con passaggi bui e stretti si sono sempre rivelate positive (ad esempio, una strettoia porta ad un grande pascolo).
E’ chiaro che questa mappa di conoscenze è anche relativa al luogo (contesto) di apprendimento: stringersi la mano ha un significato per alcune culture ed un altro per altre, così come agitare la coda porta un messaggio diverso in cani e gatti. Il cognitivismo quindi ritiene che l’apprendimento debba avvenire in una cornice quanto più reale possibile ed essere inserita nelle dinamiche della comunità di appartenenza. Questo potrebbe essere un buono spunto da applicare con il cavallo: sarebbe interessante che le nostre richieste e insegnamenti, che per la maggior parte non hanno legame con la vita sociale del cavallo, vengano invece inserite in una cornice reale anche per lui. Se la comunità di appartenenza del cavallo domestico è quella formata da altri cavalli e dall’uomo assieme, trovare un modo per fargli capire che le competenze apprese lo possono aiutare a vivere meglio in questa comunità, renderà senz’altro più interessante e semplice tutto il processo di apprendimento.

Conclusione
Molto di ciò che viene comunemente insegnato al cavallo deriva dall’associazione fra stimolo e rinforzo (nel caso più comune: aiuti = stimolo, rinforzo = rimozione degli aiuti) e quindi è legato più alla teoria comportamentista che non a quella cognitivista. Tuttavia, la scienza (e i risultati di alcuni esperti cavalieri) ci dimostra che il cavallo è un animale cognitivo, per cui è possibile applicare l’approccio cognitivista al suo insegnamento. Ad esempio, i cognitivisti danno molta importanza al confronto con prospettive differenti ai fini dell’apprendimento. Le nostre rappresentazioni cioè possono cambiare quando ci troviamo a confrontarle con quelle di altri. Questo meccanismo è alla base dell’apprendimento sociale: osservare la mamma che coglie le ortiche con i guanti insegna che le ortiche sono (come suggerisce il nome) urticanti. La mia conoscenza riguardo alle ortiche quindi cambia sulla base di ciò che sto osservando fare da altri soggetti di riferimento. I cavalli sono in grado di fare lo stesso: un cavallo che osservi un altro seguire un essere umano, lo seguirà a sua volta (Krueger e Heinze 2007). Questo però si verifica solo se il cavallo dimostratore (il primo che segue) è più in alto nella gerarchia rispetto all’osservatore, altrimenti non c’è molto da fidarsi delle sue scelte... così come il bambino imita più facilmente la madre che non altri bambini (nei cani, vedi per esempio il ‘Do ad I do’ di Claudia Fugazza).

Sebbene sia chiaro il desiderio di prediligere le metodologie cognitiviste, il comportamentismo non é del tutto sbagliato. Infatti, sia noi che il cavallo che altri animali impariamo per prove ed errori e anche per stimoli e risposte. Abbiamo alcune risposte prefissate la cui probabilità di verificarsi è tanto più alta quanto maggiore è la ricompensa. I due sistemi si integrano in una vita dinamica e flessibile. Fate attenzione quindi a qualsiasi soluzione che proponga uno solo dei due sistemi come valido, per qualsiasi forma di vita complessa (multicellulare!!!) si tratti.
Pensate con la vostra testa! Dare al cavallo dell’avena solo se ha un atteggiamento positivo è comportamentista (stimolo = ti mostro l’avena, risposta = mi calmo, ricompensa = ecco l’avena), ma non è di per sé sbagliato.
Poste le basi della conoscenza del comportamentismo e del cognitivismo, nel prossimo articolo parleremo quindi di come il cavallo apprende e quali meccanismi usa... almeno per quanto noto fino ad oggi. Quindi parleremo delle tecniche di apprendimento che vengono usate attualmente e speriamo di stimolare una discussione su come possa essere possibile integrare quello che sappiamo con nuovi metodi di apprendimento.

Bibliografia
Berkeley Teaching & Resource Center – Learning: Theory and Research - http://gsi.berkeley.edu/gsi-guide-contents/learning-theory-research/
Krueger, Konstanze, and Jürgen Heinze. "Horse sense: social status of horses (Equus caballus) affects their likelihood of copying other horses’ behavior." Animal cognition 11.3 (2008): 431-439.
Warren-Smith, Amanda K., and Paul D. McGreevy. "Equestrian coaches' understanding and application of learning theory in horse training." Anthrozoös 21.2 (2008): 153-162.

Trovi qui la seconda parte della serie sull'apprendimento: L'Apprendimento nel Cavallo - Parte 2

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